Sunday, December 2, 2012

I NEOLATINI DELLE ALPI DINARICHE

I Neolatini delle Alpi Dinariche

Tutti sappiamo che tra la Dalmazia costiera ed il Danubio esiste un’interruzione (”gap” in inglese) nella continuita’ e contiguita’ dei popoli neolatini in Europa. Infatti il mondo della Romania e Moldavia sembra un’isola nella geografia dell’Europa etnica. Ma non lo e’ sempre stato, almeno fino al tardo Medioevo. Esisteva allora una comunita’ neolatina nelle Alpi Dinariche ( http://it.wikipedia.org/wiki/Valacchi_de…), che andava dalle coste dell’Erzegovina fino ad oltre le montagne intorno Sarajevo in Bosnia ( http://it.wikipedia.org/wiki/Romanija ) e che si congiungeva ai Romeni delle porte del Danubio. Questi neolatini sono stati chiamati con diversi nomi: Morlacchi, Vlasi, Aromuni dinarici, ecc.. Per me, raccogliere informazioni in merito allo scopo di spiegarne il perche’ ed il come, rappresenta una piccola ma entusiasmante sfida…
Infatti non si trovano molti scritti su questo tema tra autori ed esperti italiani e nemmeno tra quelli francesi, tedeschi, spagnoli ed inglesi (comunque, eccovi uno scritto interessante ma generico in inglese: http://www.farsarotul.org/nl16_1.htm )…..insomma tutto sembra essere scritto quasi esclusivamente dagli Slavi (che ne sono ovviamente un poco “ostili”, in quanto tendono a fare “scomparire” questa presenza neolatina nelle Alpi Dinariche specialmente per ragioni etnico-nazionalistiche) anche se qualcosa lo si riesce a trovare scritto in romeno e finanche in albanese.
E proprio un testo scritto in inglese dell’ accademico albanese Arben Puto sull’Illiria (che coincide un poco con la Dalmazia romana) mi ha attirato l’attenzione, per cui ve lo voglio tradurre in italiano a continuazione:
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“History of Albania” (di A. Puto - Tirana, 1981)
Nel 580 gli eserciti bizantini si erano scontrati con una moltitudine di Slavi al servizio degli Avari, il cui numero secondo Menandro (un contemporaneo) deve aver raggiunto oltre 100.000 uomini quando invasero la penisola balcanica. Come Giovanni di Efeso ebbe a scrivere quattro anni dopo, essi “hanno devastato, bruciato, saccheggiato e conquistato il paese e, infine, vi si sono stabiliti come se fossero nel proprio paese, uccidendo o espellendo i locali autoctoni con ostilità viziosa”. L’Illiria settentrionale e centrale ha subito un durissimo colpo in quegli anni. Costantinopoli fu nuovamente messa a dura prova, ma essendo impegnata nello stesso tempo contro i Persiani nella sua parte orientale, nel 582 fu costretta a concludere una pace onerosa con gli Slavi ed Avari.
L’ondata di invasioni barbariche nella scia ha lasciato una devastazione terribile nella campagna illirica. Gli abitanti hanno dovuto sopportare sofferenze terribili e difficoltà estreme. “Io credo - ha scritto Procopio di Cesarea ricordando la provincia dell’Illiria nella sua Historia Arcana - che dobbiamo stimare ad oltre 200.000 il numero di persone che sono state massacrate o ridotte in schiavitu’, in tutte queste invasioni, lasciando queste province ridotte come il deserto della Scythia “.

Quali sono stati i risultati? In primo luogo, a partire dalla fine del VI secolo, l’Impero d’Oriente perse il controllo delle province occidentali della penisola balcanica. La valanga slava gettò fuori dalla regione l’amministrazione imperiale provinciale e le istituzioni ecclesiastiche regolari di queste aree, mentre le guarnigioni militari bizantine dovettero ritirarsi in Tracia. Inoltre, l’instabilità sociale provoco’ rivolte continue di schiavi, e il paese fu lacerato dalle crudeli devastazioni fatte dagli Slavi. Questi eventi e le loro implicazioni storiche, sono stati pagati a caro prezzo. Massacri, epidemie e razzie hanno ridotto e indebolito moltissimo la popolazione illirica romanizzata. Le province settentrionali, in particolare, hanno subito la perdita di molte vite mentre molti altri ancora furono costretti a rifugiarsi nelle province del sud illirico, o in alta montagna. Un certo numero di abitanti delle città aveva abbandonato le loro case per cercare rifugio in altre zone, mentre la maggior parte delle citta furono distrutte. Alcune di queste citta sono state rase al suolo completamente. Biblioteche, opere d’arte, teatri, acquedotti e tutto ciò che era rimasto della vecchia civiltà furono bruciati, distrutti o saccheggiati. Secondo un resoconto dall’ “Abbreviatore” di Strabone su Dioclea (vicino Cattaro): “Nulla è stato risparmiato. Gli Slavi dopo aver ucciso chiunque fosse rimasto in città, hanno preso tutto quello che potevano, e distrutto tutto il resto. Della grande biblioteca di Dioclea neppure un libro è rimasto -dopo che tutto in citta è stato bruciato- nemmeno uno! Le terre illiriche erano nell’insieme uno spettacolo deplorevole. Le città che avevano prosperato fino al VI secolo, furono decimate e ricoperte di detriti.”
Le ripercussioni etniche furono ancora più accentuate rispetto alla devastazione dell’economia. Nel decimo secolo l’uragano barbaro era passato, ma molte delle città non ricomparvero. Alcune di loro, in particolare Apollonia, Butronto, Phoinike, Albanopolis, Antigonea, Epidauro, Salona, ​​Dioclea e Bylis erano sparite per sempre.
Fin dalla prima metà del VI secolo, i profughi da Epidauro fondarono Ragusa (oggi Dubrovnik, che ha avuto un gran numero di dalmati autoctoni ed albanesi fino al XV secolo), gli emigranti provenienti da Salona trovarono rifugio a Spalato, gli abitanti di Dioclea scelsero Antivari, quelli di Apollonia si trasferirono a Pojani e Valona, ​​quelli di Albanopolis andarono a Croya (oggi Kruja). Gli altri, seguendo l’esempio di Durrachium, che ancora era rimasta nel Medioevo la principale città del paese illirico col nome di Durazzo, si chiusero nelle loro cittadelle (Scodra, Scupi, Orico, Amantia, Lissus, Drivasti, Ulcigno). Da altre province -come testimonia il “Miracula”- centinaia di migliaia di profughi, fuggiti dai denti della morte, lasciarono le loro terre fertili in Mesia, Pannonia, Dacia mediterranea e Naissus per stabilirsi in Dardania e nelle regioni montagnose della Prevalitania. Alcuni di loro si rifugiarono a Thessalonica e forse anche a Costantinopoli. Altri sono andati fino al Peloponneso.
Oltre alla popolazione indigena ed autoctona rimasta molto dispersa, l’Illiria settentrionale e centro-orientale si popolò principalmente con Slavi. Fatta eccezione per le regioni meridionali della Prevalitania, Dardania, Epiro, nuovo Epiro ed alcune strisce della costa dalmata, in tutte le altre aree di quella che una volta era l’Illiria, la popolazione indigena dal X secolo formava solo piccole isole nell’oceano slavo, nonostante la persistenza di alcuni di questi Illiri autoctoni romanizzati nel IX secolo in Bosnia, Erzegovina, Macedonia e nella Dalmazia costiera. D’altra parte, le province illiriche meridionali diventarono estremamente sovrappopolate, per via dei flussi di profughi provenienti dal nord. Ma questi, e l’economia in frantumi, portarono malattie e disperazione.
Lì, inscatolati in un angolo balcanico, gli Illiri meridionali -che ora a poco a poco cominciarono ad essere chiamati Albanesi dagli stranieri e Arberesh tra di loro- lottarono per la sopravvivenza: cosi sono riusciti a mantenere gli Slavi fuori da tali aree.
Ciò che la documentazione storica (che è notevolmente carente nel corso di questi secoli) non può dire, l’arte orale lo descrive con colori perfetti. Vale a dire, l’Epos Kreshniks, la cui creazione molti studiosi posizionano esattamente tra il sesto e il decimo secolo. Alcuni altri ritengono che questo Epos (della tradizione orale) -molti elementi del quale si possono far risalire sin da prima delle guerre tra Illiri e Romani- esisteva e probabilmente si stava esaurendo nel corso del VI secolo, ma durante i periodi di turbolenze delle invasioni slave ha acquisito un nuovo dinamismo e un nuovo ruolo per registrare le catastrofi che la società illirica stava attraversando. Solo se si legge una parte di questo Epos, avrete proprio lì l’intera immagine: massacri, incendi, animali mitologici mangiando intere città in un baleno, le persone sfollate con frasario di disperazione, e la titanica lotta per mantenere gli odiosi Shkjas (slavi) lontano dai villaggi albanesi. La maggior parte dell’azione accade esattamente al confine tra la popolazione albanese e quella dei nuovi territori slavi: Cattaro (ora Kotor), Nish, ecc…
Come conseguenza, alla fine del X secolo, la mappa etnica dei Balcani era cambiata radicalmente da quella dei primi secoli dopo Cristo.
Infatti i Daci erano scomparsi fin dai tempi romani; il territorio una volta chiamato Dacia era popolato da discendenti dei soldati e coloni romani. Del resto i Daci erano stati pienamente assimilati nella cultura romana, ed il loro paese fini anche per essere chiamato con il nome dei nuovi coloni romani: Romania . Anche i Traci erano spariti per sempre. E così hanno fatto i Macedoni. In Grecia molta parte della popolazione era andata attraversando cambiamenti drammatici: durante le migrazioni slave, tribù slave si insediarono in Tessaglia e il Peloponneso. Ciò che era rimasto dell’ Ellenismo era il linguaggio usato dall’amministrazione bizantina e dalla chiesa (oltre alle popolazioni dell’Asia Minore e delle isole dell’Egeo, rimaste greche).
In Illiria centro-settentrionale, la maggior parte del paese era stata presa agli Illiri dagli Slavi, e le popolazioni autoctone romanizzate erano state eliminate o spinte verso sud o nelle montagne. Nessuna fonte storica ha mai menzionato l’insediamento di qualsiasi gruppo slavo nell’Illiria meridionale, che allora era sovrappopolata.
Durante questi secoli, un nuovo gruppo di persone ha iniziato ad apparire nei Balcani: i Valacchi. La loro esistenza è stata registrata nei Balcani, almeno a partire dal secolo XI. Secondo alcuni studiosi hanno iniziato la loro vita nomade diffondendosi in tutti i Balcani provenienti dalla Valacchia (Romania). Un’altra interessante teoria afferma che non erano altro che le popolazioni degli Illiri ed in parte dei Traci che sono stati assimilate nella cultura romana e che, durante le sconvolgenti invasioni slave hanno trovato sopravvivenza e sicurezza nella vita nomade in montagna. Se Illiri, questi popoli romanizzati potrebbero aver avuto un motivo di ottimismo o, se avessero visto dietro le nuvole del tempo, avrebbero visto che erano l’unico gruppo che era riuscito a preservare la continuità della vita (quando la morte è stata a strisciare) e che era riuscito a conservare anche la loro stirpe, cultura e tradizioni. Durante i 6 secoli di dominazione romana ed i 3 secoli di devastazione slava, erano anche cambiati, essendo il loro cambio più visibile quello della loro religione. Ma il cambiamento era inevitabile. Per la maggior parte hanno resistito alla prova del tempo, mentre altri no. Nei secoli a venire altri test sarebbe stati posti a queste persone con una storia tormentata, e li superreranno anche, contro ogni previsione.
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Insomma, va dedotto dagli studi realizzati in merito che i neolatini sopravvissuti alle invasioni del VI e VII secolo erano sparsi intorno al nono secolo nelle Alpi Dinariche, specialmente tra Banja Luka (che probabilmente prende nome da “Bagni di S. Luca”) - Sarajevo (l’attuale Romanija) - Drina/Morava (l’antica Stari Vlah), ed arrivavano ai monti Velebiti della costa dalmata (dove sopravvivevano le citta’ ed isole dalmate dei Dalmati autoctoni). A sudest questi neolatini delle Alpi Dinariche erano collegati con le popolazioni parzialmente romanizzate degli Albanesi, mentre a nordest erano continuati dai Romeni dell’area Timok ( mappa dei morlacchi/neolatini delle Alpi Dinariche:  http://it.wikipedia.org/wiki/File:Morlac… ). Con la creazione del Regno dei Croati di Tomislav inizia la loro assimilazione -spesso forzata- da parte degli Slavi. Assimilazione praticamente completata ai tempi delle invasioni turche nel primo Rinascimento (salvo ovviamente per l’entroterra della Dalmazia veneziana). Quantificarne la consistenza numerica credo sia impossibile: secondo me al massimo si potrebbe fare un calcolo percentuale approssimativo della loro presenza. Ossia dal 100% del totale della popolazione nelle Alpi Dinariche prima del 580 AD potremmo supporre che fossero calati al 66% al tempo di Tomislav (concentrati negli altopiani e montagne) ed al 50% dopo l’anno mille, per poi ridursi al 10% nel Trecento (quando arrivarono i Turchi) ed infine scomparire nel Cinquecento/Seicento. In poche parole, l’esistenza di queste popolazioni neolatine nell’area delle Alpi Dinariche sarebbe durata un millennio. Ma, ripeto, siamo sempre nel campo delle supposizioni approssimative.

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